solitudine

Malessere e solitudine

Tante volte mi capita di sentire storie in cui un ruolo importante , nell’alimentare il malessere delle persone, è giocato dalla solitudine.

E se talvolta questa solitudine è reale, nella maggior parte dei casi parliamo di una solitudine “interiore”, una condizione di distanza e isolamento affettivo che si percepisce nonostante si trascorra realmente molto tempo circondati da persone.

Ma non siamo fatti per stare da soli.

Siamo nell’epoca in cui gli studi degli psicologi sono riempiti in minor misura, a differenza di quanto accadeva diversi anni fa, da persone che stanno male in modo grave presentando sintomi importanti, e in maggior misura, invece, da persone che presentano pochissimi sintomi di malessere psicologico ( o meglio: i sintomi di sofferenza a tratti ci sono, ma non delineano alcuna dignosi riconosciuta in campo medico-psicologico), ma che hanno tanto bisogno di guardarsi dentro accompagnati da una presenza umana che sappia stare vicino e ascoltare, senza giudicare. E senza scappare di fronte all’intensità emotiva.

Quindi manca, nella nostra società, il contatto umano profondo, quello che sostiene.

Perchè quando attraversiamo momenti di fatica, non possiamo uscirne se non permettiamo a qualcuno di dimostrarci presenza e vicinanza.

In qualsiasdi forma, modalità, rapporto.

Non siamo fatti per stare soli.. ma dove ci porta questa società?

Viviamo in quella che è stata definita la società dell’individualismo. E lo è da molti punti di vista, a partire dalla condizione abitativa, lavorativa, fino alla gestione del tempo.

Di questi tempi e in questa porzione di mondo siamo abituati a vivere in contesti urbanizzati, quindi ciascuno nel proprio appartamento, con una crescita esponenziale dei nuclei familiari reduci da una separazione, e quindi con un solo adulto in casa.

Anche sul lavoro prevalgono i contesti in cui si lavora singolarmente, rispetto a quelli in cui un’ampia porzione del lavoro avviene in team. E il vivere nella società della prestazione e dell’efficienza ci induce a spendere il tempo correndo da un luogo all’altro, nella maggior parte dei casi da soli.

Per fare un esempio concreto, un genitore che sceglie di far seguire ai figli un paio di attività e corsi extrascolastici, e magari lavora e ha più di un figlio, passa il tempo libero, se ne ha e non si appoggia ad aiuti esterni, ad accompagnare i figli in determinati luoghi e a determinati orari, giocando a tetris sulla propria agenda.

Una conseguenza di questo stile di vita è che nel tempo davvero libero che rimane, spesso si arriva stremati, con il bisogno impellente di fermarsi e isolarsi per un pò, non fare nulla. E in questo status psicofisico è molto più semplice lasciar gestire il proprio tempo alla programmazione di Netflix o simili, o piuttosto che organizzare incontri veri, che richiedono energia, pensiero, movimento.

Può essere diverso?

Se torniamo indietro nel tempo, o ci spostiamo in località meno urbanizzate, in cui il tempo sembra essere trascorso con più lentezza, troviamo qualcosa di diverso da questo.

Le mie nonne e zie mi raccontavano di pomeriggi e serate trascorsi in cortile, chiacchierando. Occupandosi di piccoli lavoretti, accudendo e sorvegliando insieme i bambini, che quasi sempre giocavano per molto tempo all’aperto in grandi gruppi di tutte le età.

E qualche anno fa mi ha colpito vedere, in un piccolo paesino di mare sulla costa centrale della Calabria, come a fianco del portone di ogni casa, sui lati delle strade, ci fossero delle sedie, sulle quali le persone , dopo il tramonto, si ritrovavano per trascorrere la serata insieme, trovando un pò di sollievo dal caldo estivo insopportabile.

Accorgersi è il primo passo.

Quella delle società occidentali industrializzate del ventunesimo secolo sembra una situazione con un elevato livello di difficoltà, dal punto di vista umano. Non sono evidenti strade per uscirne indenni. Solo chi tocca punte insopportabili di malessere e insoddisfazione trova la forza di alzare il livello di attenzione, e decide di investire energie per cambiare.

Il primo passo utile, per non arrivare a soffrire troppo, è accorgerci che siamo troppo soli, e che se non decidiamo di occuparcene attivamente, non abbiamo nè la cultura, nè i mezzi, nè l’energia per rompere in modo semplice e spontaneo questa barriera di individualismo e separazione che ci imprigiona.

Diamo legittimità al nostro bisogno di vicinanza. Vicinanza vera, non semplice condivisione dello spazio, o del tempo. Essere visti, ascoltati, capiti, per chi siamo e in quello che proviamo, pensiamo, desideriamo, sogniamo.

 

Rivoluzionare la propria scala di valori.

Da questo primo passo, ne seguirà in modo naturale un secondo: diamo il peso giusto alle cose.

Se avvertiamo un sottofondo di fatica e insoddisfazione, di bisogni non colmati e magari anche pocco chiari, iniziamo a identificare cosa non funziona: di sicuro non può farci sentire meglio riempire il tempo, fare di più, alzare la produttività. Neanche assicurarci di essere buoni genitori correndo da una parte all’altra per dare chissà quali vantaggi nella vita ai nostri figli. Neanche acquistare molte cose, mangiare di più rispetto al nostro reale senso di sazietà, e neppure dedicare il tempo ad attività che si svolgano dentro degli schermi.

Abbiamo bisogno di condividere. E’ nel nostro DNA, e più ci allontaniamo da questo equilibrio, più sentiremo che ci manca qualcosa.

Nessun essere umano basta a sè stesso, e neppure possiede in sè tutti gli strumenti per affrontare i problemi della vita. Siamo fatti per completarci a vicenda. Ognuno ha dei talenti specifici, e solo mettendo insieme diversi talenti arriviamo a colmare i bisogni di tutti. Solo insieme si possono raggiungere obiettivi che includano il benessere.

E soprattutto, non possiamo sostenere da soli il dolore, la rabbia, la paura. La fatica. Perchè siamo fatti per condividere anche questo, per portare in tanti il dolore di uno, a volte uno a sostenere il dolore e la fatica di tanti.

Ciascuno fa il proprio pezzetto, piccolo e a misura d’uomo, e quel pezzetto, unito ai pezzetti degli altri, raggiunge obiettivi altissimi.

Solo insieme possiamo sentirci completi.

Scendendo sul piano pratico..

A livello più concreto, rivoluzionare la propria scala di valori significa aprirsi al nuovo. Spendere le poche energie che a volte rimangono per organizzare di dedicare del tempo libero a incontrare persone con cui stiamo bene, a cui potremmo avere voglia di raccontare come stiamo davvero.

Ridurre il tempo e le energie che ci lasciamo risucchiare dagli schermi, che sono inanimati e ci fanno affacciare a realtà che non sono concrete, e non hanno un vero impatto sulla nostra vita.

Lasciamo entrare gli altri nelle nostre vite, o entriamo noi, in punta di piedi, nelle loro.

Cerchiamo contesti in cui possiamo fare qualcosa che amiamo insieme ad altre persone che amano la stessa cosa, o in cui possiamo parlare di noi ed essere ascoltati.

E non aspettiamo che qualcosa cambi. Le cose che cambiano davvero le nostre vite, eccetto casi isolati, le facciamo accadere noi, con precisi e ripetuti atti di volontà, scegliendo ciò che ci fa stare bene.

 

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2 Responses
  1. Stella

    Prospettiva interessante: non è facile rendersi conto che anche le condizioni sociali in cui viviamo incidono così tanto sulla qualità della nostra vita. Se non ce ne accorgiamo tutta la fatica di cambiare sembra solo una nostra resistenza, invece non è così! Partiamo svantaggiati sul piano umano…
    Grazie per queste parole!

    1. Grazie anche da parte mia per questo feedback, era proprio il mio obiettivo nello scrivere questo articolo: trasmettere che tanta della fatica che sentiamo per trovare un equiiibrio è data dalla necessità, per raggiungerlo, di nuotare controcorrente.

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