genitori, figli, felicità

 

Se come genitore decidi di non accontentarti solo di sopravvivere e di evitare il peggio ma hai aspirazioni più alte, e se nella tua testa girano immagini che non ti vedono solo cavartela indenne tra una corsa e l’altra, ma ti colgono intento a goderti il viaggio, ridere, stupirti ed emozionarti, di sicuro questi spunti possono fare al caso tuo.

Questo articolo, infatti, è rivolto ai genitori di questo tempo così rapido e caotico, in cui troppe conoscenze e troppi punti di riferimento rischiano di essere equivalenti a non avere nessun punto di riferimento. Voglio provare a mostrarvi alcune strade che possono garantire non solo di sopravvivere, ma anche, a tratti, di riuscire a divertirsi e godersi il tempo insieme ai propri figli.

Genitori del terzo millennio: i pilastri.

Ci sono due pilastri importantissimi che possono indicare ai genitori la strada per vivere la relazione con i figli come una gioia, una ricchezza, una fonte di soddisfazione per tutta la famiglia. Per fare la differenza, insomma.

Che è merce rara in questa epoca un po’ faticosa.

Primo pilastro per genitori che non si accontentano di sopravvivere: il rispetto.

Siamo abituati a pensare al rispetto come a qualcosa che i figli devono garantire ai genitori, agli insegnanti, ai coetanei.

Siamo meno abituati a pensarlo come qualcosa che dobbiamo avere imprescindibilmente anche noi genitori verso i nostri figli, declinato su molti diversi piani.

Il non giudizio ci permette una vicinanza autentica.

Il piano numero uno è senza dubbio il giudizio. Non giudichiamo mai i nostri figli. Neppure in positivo.

Il giudizio dei genitori è il più grave attentato all’autenticità dei figli, alla loro fedeltà a sé stessi, e, di conseguenza, alla loro realizzazione e al loro equilibrio personale.

Credo che gli adulti che da bambini sono stati giudicati dai propri genitori, in una delle tante forme in cui questa cattiva abitudine si perpetua nelle generazioni, rappresentino la platea più ampia delle persone che usufruiscono dei servizi di tutela della salute mentale, e che si presentano quindi anche nelle stanze degli psicoterapeuti.

Perché, se è palese che il giudizio negativo di un genitore distrugge l’autostima e l’affetto per sé, non è altrettanto evidente quanto il giudizio positivo generi dipendenza e porti i figli, a qualsiasi età, ad allontanarsi un pezzettino alla volta dalla strada verso la scoperta di ciò che li rende felici per percorrere, senza rendersene conto, la strada che rende felici i propri genitori.

O, ipotesi ancora più cupa, che rende i loro adulti di riferimento anche solo meno tristi e insoddisfatti. Anestetizza per un po’ i loro dolori e i loro vuoti personali.

Perché grazie al cielo non è umanamente possibile realizzarsi davvero attraverso qualcun’altro e, quando ci si trova incastrati in questa dinamica, anche i successi apparenti lasciano sempre un retrogusto di amarezza, di “qualcosa che manca”.

Giudizi nascosti.

Tornando al giudizio, è importante smascherarne anche le forme meno evidenti, quelle che si mimetizzano con il concetto di educazione, o di buon senso.

Giudizi sulle emozioni.

Ad esempio, è una forma di giudizio dire ad un bambino di smettere di provare una determinata emozione che il genitore sente disturbante, come la rabbia, o la paura.

O far vincere il desiderio di far smettere di piangere un neonato rispetto alla consapevolezza che è giusto concedere sin da subito uno spazio dentro di sé ad ogni forma di espressione dei figli che mettiamo al mondo.

Anche quando il suo suono ci disturba profondamente.

Frasi come: “Non devi avere paura!”, oppure: “Devi essere coraggioso”, “Non piangere!” fanno sentire un bambino sbagliato e non capito.

O ancora, dire ad un figlio: “Non arrabbiarti!”, “Sei esagerato/a”, sortisce l’effetto di aumentare la rabbia stessa, poiché fa sentire non visti, non riconosciuti nella propria autenticità.

Le emozioni non rispondono a nessun ordine, a nessun atto di volontà. Sono, grazie al cielo, reazioni istintive e non modificabili.

Ci parlano dell’effetto che ci fa ogni cosa che ci accade intorno.

Se un genitore rifiuta o vuole spegnere l’emozione di un figlio, perché troppo disturbante, il bambino si sentirà come se fosse stata rifiutata una parte di sé.

I giudizi positivi sono sempre giudizi.

Un’altra forma di giudizio da smascherare si nasconde, come accennavo, nei giudizi positivi.

Dire ad un figlio: “Sei bravo!” ogni volta che fa o dice qualcosa che ci piace, equivale a preparare una strada di briciole che lui o lei seguiranno, un passo alla volta, e che li condurrà a diventare i figli ideali per noi, i figli che abbiamo sempre desiderato.

Perché per un figlio l’approvazione di un genitore è essenziale quanto l’aria che respira, e farà di tutto per ottenerla. E se si accorge di non meritarla a prescindere, per il solo fatto di essere nella nostra vita esattamente per come è, ma di ottenerla solo come conseguenza di alcune sue precise azioni, o scelte, che vanno nella direzione che ci rende contenti, accadrà che smetterà di chiedersi cosa desidera, cosa gli permette di esprimersi e di sentirsi soddisfatto, per venire sempre più incontro alle nostre aspettative.

Ma questo “modus operandi” lo condurrà lontano da sé.

E si sentirà vuoto, smarrito. Dovrà convivere con la sensazione che decine di miei pazienti giovani adulti mi descrivono, riassumibile all’incirca così: “Tutti sembrano contenti di me, ma io mi sento vuoto/a, perso/a, non so chi sono, o cosa voglio”.

E parlo di persone laureate o in corso di laurea, con un buon impiego, un’intelligenza brillante, una vita sociale ricca.

Persone con tutte le carte in regola, che semplicemente hanno sbagliato strada, poiché sono state amate in modalità: “Ti apprezzo se…”, anziché nella versione più autentica e difficile dell’amore, il “Ti apprezzo a prescindere, perché sei tu”.

Per funzionare bene, noi esseri umani dobbiamo aver fatto il pieno di amore incondizionato.

Il rispetto nella comunicazione.

Anche il dialogo con i figli deve essere guidato da un profondo rispetto per loro.

Un dialogo rispettoso significa spazio di ascolto e tono di voce sempre controllato, poiché alzare la voce equivale a prevaricare l’altro.

Significa scegliere di non definire l’altro nel suo essere, ma di commentare solo le sue scelte e i suoi comportamenti.

È sufficiente allenarsi a non usare mai il verbo essere nella declinazione: “Tu sei…” quando parliamo con i nostri figli. Perché non abbiamo il diritto di dire ad un altro essere umano che cosa è, o non è.

Io suggerirei di non usare mai questa forma verbale neppure quando parliamo con altri adulti, poiché decidere di non entrare nel “tempio sacro” dell’identità altrui è una forma profondissima, appunto, di rispetto.

Rispettarli è anche offrire spiegazioni.

Un’altra pratica che rientra nel concetto di rispetto è spiegare ai figli le regole e le decisioni che vengono prese in famiglia, trattandoli come “membri della squadra”. Dando loro delle chiavi di lettura chiare che possono aiutarli ad accettare anche ciò che genera magari frustrazione o delusione.

Le spiegazioni spostano da un piano di conflitto ad un piano di collaborazione, e permettono di trasmettere i valori in cui si crede.

Il linguaggio e i concetti utilizzati sono da declinare in base all’età dei bambini o ragazzi, e sono tanto più efficaci quanto più attingono dalla loro esperienza di vita concreta, attraverso l’uso di esempi, similitudini, metafore.

Ribadiamo anche l’ovvio, per completezza.

Volevo darlo per scontato ma per completezza lo esplicito.

Mai, e per mai intendo davvero mai, in nessun caso, usare la violenza fisica (potrei confutare con centinaia di storie di profonda sofferenza il famigerato luogo comune che recita: “Qualche sberla non ha mai fatto male a nessuno”), il ricatto, il ricatto affettivo (“Se fai così mi fai stare male”), la punizione.

A meno che non si desideri alimentare l’insicurezza, la rabbia, il conflitto, il disagio psicologico, l’alienazione da sé dei propri figli.

Ma se i nostri figli sono i primi a non rispettarci?

Se accade questo, iniziamo a osservare il nostro comportamento verso di loro. O quello dei nostri partner. E iniziamo noi per primi a smettere di mancar loro di rispetto.

Noi siamo gli adulti, i loro modelli, non possiamo porci sul loro stesso piano, abbiamo il dovere morale di mostrare loro e di agire su di loro i valori in cui crediamo e a cui vogliamo educarli.

Se finora qualcosa è andato storto e non ci siamo riusciti a pieno, portandoli a non interiorizzarli, iniziamo da subito ad agire diversamente.

Oppure chiediamo aiuto a chi può osservare le dinamiche dall’esterno, provando a farci vedere strade che da una prospettiva più interna facciamo fatica a vedere.

Un secondo pilastro: educarli al piacere.

Un altro luogo comune che va messo senza passare dal “Via!” nel “libro nero” della genitorialità è: “Prima il dovere, poi il piacere”.

Da sostituirsi con: tanto dovere, quanto piacere.

La miscela che costituisce il carburante che fa funzionare bene noi esseri umani è costituita, oltre che dall’amore incondizionato, anche dall’entusiasmo.

Abbiamo il dovere verso noi stessi di alzarci alla mattina dal letto entusiasti.

Per lo meno per la maggior parte delle mattine della nostra vita.

Se così non è, cambiamo le nostre vite, le nostre priorità, le nostre scale di valori.

Poiché se l’equilibrio tra dovere e piacere è l’unico terreno possibile in cui coltivare la salute mentale e fisica di un essere umano, trasformare le nostre vite in questa direzione è l’unico modo per insegnarlo ai nostri figli.

Come farlo nella pratica?

E allora, ben venga che i figli tornino da scuola e, se lo desiderano, si dedichino una o due ore di svago prima o dopo i compiti.

E ben venga che, se lo sport viene vissuto come un dovere, lo si tolga dalla tabella di marcia settimanale, per lasciare il posto ad un’altra attività piacevole.

Schermi esclusi: lo schermo non è piacere ma rappresenta la dipendenza da una condizione di “stand by” in cui si smette di esistere per entrare in una realtà finta, disperdendo a vuoto tempo, energie, spazio che dovrebbero essere utilizzate per crescere e fare esperienza di sé.

Ben venga anche la gita in famiglia prendendo ferie dal lavoro e mancando un giorno da scuola.

Ben venga, insomma, tutto ciò che ci ricorda che esistiamo prima noi di ciò che dobbiamo fare.

Senza esagerare nel senso opposto, poiché senza un’educazione al dovere si crescerebbero persone che mollano anche il sogno più grande alla prima difficoltà

Do piena ragione a chi è esistito secoli prima di noi e ha affermato: “In media stas virtus”. La virtù sta nel mezzo. E anche l’equilibrio.

Condizione esistenziale necessaria per garantire a tutti noi di stare bene, e di amare gli altri, e la vita.